l governo a caccia di auto blu. Ma in giro ce ne sono già 60mila
Giovedì, 26 aprile 2012 - 08:40:00
Altro che tagli alla politica, il governo vuole ancora 400 auto blu da sommare alle 60 mila già circolanti a disposizione di ministri e dirigenti più altre 50mila per un costo di quasi 2 miliardi di euro. Se si clicca sul link del bando pubblicato sul sito del ministero dell’Economia appare la "gara per fornitura in acquisto di berline medie con cilindrata non superiore a 1600 cc e dei servizi connessi ed opzionali per le Pubbliche Amministrazioni". Il governo dunque cera auto blu e la spesa prevista per acquistarle si aggira sui 10 milioni di euro. A sorprendere è il parere del Centro servizi per l'ammodernamento della Pubblica Amministrazione, secondo cui di queste 60mila auto, 800 sarebbero inutilizzate.
In Parlamento intanto è incominciata la battaglia politica. Antonio Borghesi, deputato dell’Italia dei Valori, in un interrogazione parlamentare ha chiesto al viceministro dell’Economia Vittorio Grilli di chiarire in Aula. Interrogazione in cui il parlamentare ricorda anche che un decreto del 2011 prevede "razionalizzazione e trasparenza in merito all'utilizzo delle autovetture di servizio e di rappresentanza da parte delle pubbliche amministrazioni”. I decreti legge del 2010 hanno inoltre introdotto l'obbligo di non effettuare spese superiori all'80% della spesa sostenuta nel 2009 per “l'acquisto, la manutenzione, il noleggio e l'esercizio delle autovetture”. Viene da chiedersi se la spesa di 10 milioni di euro per le nuove auto blu sia compatibile
Il ministro Patroni Griffi aveva dichiarato riguardo alle auto blu che “in un momento di grandi sacrifici per decine di milioni di cittadini italiani ed europei” erano previste "disposizioni per accertare che le riduzioni previste si traducano in effettivo risparmio permanente e contributo al risanamento dei conti pubblici”. E aveva aggiunto: “sulla trasparenza in tema di uso di auto pubbliche l'Italia può diventare un esempio virtuoso per tutta l'Unione europea, dove raramente esiste un monitoraggio continuo e così dettagliato”. La trasparenza non manca e ha permesso di poter individuare il bando. Ci s'interroga sull'opportunità della cosa visti i tempi che corrono e l'antipolitica montante
giovedì 26 aprile 2012
mercoledì 18 aprile 2012
E I POVERI ITALIANI PAGANO E FANNO SACRIFICI
Spese pazze al Senato,950mila euro in agende
E la Camera ne spende oltre 3 milioni
Ogni deputato avrà più di 50 rubriche a testa, mentre i senatori ne hanno circa 70 ciascuno. Ecco quanto la Casta, in tempo di crisi, continua a spendere
09:53 - Gli italiani tirano la cinghia, tra Imu e accise. Ma loro, i parlamentari, ancora spendono e spandono. L'ultima "spesa pazza" è per le loro agendine. Quelle con il logo di Camera e Senato, da regalare urbi et orbi come strenna natalizia. Il bando in questione, per la fornitura di rubriche a Palazzo Madama, pubblicato ieri, è di 950mila euro (più Iva) in due anni.
La cifra si commenta da sé. I soldi del bando "da aggiudicare con il criterio del prezzo più basso" sarà usata per produrre ben 5.200 agende da tavolo e 16.800 di quelle tascabili per i 315 senatori. Praticamente ogni eletto ne avrà a disposizione circa 70 in tutto.
A questo si aggiunge il bando triennale, che si è concluso a dicembre, per produrre le agende degli onorevoli seduti a Montecitorio: oltre 3 milioni di euro (più Iva) per produrre 32.800 agende per i 630 deputati (circa 52 a testa) in tre anni.
Le cifre, rilanciate in prima pagina dal quotidiano Libero, non possono che far indignare i cittadini-elettori a cui ogni giorno vengono chiesti sacrifici per "salvare l'Italia".
Certo non saranno le agendine a salvare i bilanci dello Stato, ma se la "Casta" cominciasse sul serio a ridurre i suoi costi, dando il buon esempio, potrebbe almeno tornare a riconquistarsi più fiducia dai cittadini. E poi ci si lamenta dell'antipolitica.
E la Camera ne spende oltre 3 milioni
Ogni deputato avrà più di 50 rubriche a testa, mentre i senatori ne hanno circa 70 ciascuno. Ecco quanto la Casta, in tempo di crisi, continua a spendere
09:53 - Gli italiani tirano la cinghia, tra Imu e accise. Ma loro, i parlamentari, ancora spendono e spandono. L'ultima "spesa pazza" è per le loro agendine. Quelle con il logo di Camera e Senato, da regalare urbi et orbi come strenna natalizia. Il bando in questione, per la fornitura di rubriche a Palazzo Madama, pubblicato ieri, è di 950mila euro (più Iva) in due anni.
La cifra si commenta da sé. I soldi del bando "da aggiudicare con il criterio del prezzo più basso" sarà usata per produrre ben 5.200 agende da tavolo e 16.800 di quelle tascabili per i 315 senatori. Praticamente ogni eletto ne avrà a disposizione circa 70 in tutto.
A questo si aggiunge il bando triennale, che si è concluso a dicembre, per produrre le agende degli onorevoli seduti a Montecitorio: oltre 3 milioni di euro (più Iva) per produrre 32.800 agende per i 630 deputati (circa 52 a testa) in tre anni.
Le cifre, rilanciate in prima pagina dal quotidiano Libero, non possono che far indignare i cittadini-elettori a cui ogni giorno vengono chiesti sacrifici per "salvare l'Italia".
Certo non saranno le agendine a salvare i bilanci dello Stato, ma se la "Casta" cominciasse sul serio a ridurre i suoi costi, dando il buon esempio, potrebbe almeno tornare a riconquistarsi più fiducia dai cittadini. E poi ci si lamenta dell'antipolitica.
lunedì 16 aprile 2012
SOLDI AI PARTITI DAL 1994 AL2012
ROMA – Dal 1994 al 2012 lo Stato, tutti noi, abbiamo versato ai partiti politici l’astronomica cifra di 2 miliardi 253 milioni 612 mila 233 euro. Loro, i partiti, nello stesso lasso di tempo ne hanno spesi 579 milioni 4 mila 383. Ergo, 1 miliardo 674 milioni 607 mila euro, li hanno incassati senza un perché. Già, perché i soldi pubblici li hanno incassati alla voce “rimborsi elettorali”, ma il rimborso è, per definizione stessa, la restituzione di una somma spesa. Quello che eccede quella somma lo si può chiamare in molti altri modi, ad esempio finanziamento, ma non certo rimborso. Basta quindi la semplice operazione aritmetica di sottrazione di quanto speso dai partiti da quanto dai cittadini loro elargito, per capire che quello che serve ora, per dare un minimo di credibilità alla politica, non è una riforma, soft e lenta, dei controlli su come i partiti spendono, ma un taglio netto degli euro che loro incassano. Non è tempo di mezze misure né di rimandi. Quei soldi vanno diminuiti, da subito, a partire dalla prossima tranche di “rimborsi”, oltre 100 milioni di euro, che i partiti incasseranno a fine luglio.
Questo pomeriggio (11 aprile) i tecnici della maggioranza, Rocco Crimi e Massimo Corsaro per il Pdl, Benedetto Della Vedova per Fli, Giampiero D’Alia per l’Udc, Antonio Misiani e Gianclaudio Bressa per il Pd, si incontreranno per affrontare il nodo dei soldi pubblici ai partiti, divenuto irrimandabile dopo gli scandali in casa Margherita e Lega. Nel tentativo di chiudere in fretta su un testo di massima. Un testo che però si prevede “al ribasso”. Solo in futuro infatti dovrebbe essere affrontata la questione della democrazia interna, chi e come decide come spendere, e della quantità dei rimborsi elettorali. Per ora non sembra esserci alcuna intenzione di decurtare l’entità dei finanziamenti, piuttosto si penserà a chi e come affidare il controllo dei bilanci dei partiti. Bilanci che ora sono di fatto senza controllo alcuno, cosa evidentemente insostenibile, anche se prima di controllare come vengono spesi, bisognerebbe prima occuparsi di quanti soldi vengono ai partiti elargiti. I partiti vogliono fare da soli, l’idea del decreto non gli piace, anche se in questo caso l’urgenza sembra esserci tutta. Non gli piace perché li esproprierebbe del loro ruolo e, soprattutto, dei loro soldi. A loro non piace, ai cittadini piacerebbe.
Se non bastasse l’aritmetica poi, anche l’Europa ha sentito la necessità di sottolineare come la nostra legislazione in materia di soldi ai partiti politici sia poco seria. La situazione, secondo il Consiglio d’Europa, è grave ed è “urgente” porre rimedio. Il documento è stato elaborato e reso noto dalla commissione Greco (Groupe d’Etats Contre la Corruptione, il braccio anti-corruzione dell’organizzazione paneuropea) e sottolinea che “la maggiore debolezza” del sistema sta nei controlli. Il ruolo che i cittadini possono svolgere è “molto limitato” – si legge – e quello esercitato dalle autorità pubbliche è “molto frammentato, più formale che sostanziale”. Così frammentato che, come scrive Luigi La Spina su La Stampa, “per oltre due terzi, i partiti incassano soldi che non hanno una documentazione, verificata e credibile, valida a confermare lo scopo di effettivo rimborso elettorale. Anzi, per la stragrande maggioranza dei casi, non esiste alcuna documentazione. Insomma, prendono dai contribuenti italiani 100 e ne spendono correttamente solo circa 33”. E la stima fatta da La Spina è persino per difetto, i dati pubblicati da Repubblica parlano di un 75% del totale dei soldi incassati privo di documentazione.
Il giudizio europeo non tiene poi conto di un aspetto peculiare della nostra storia politica e fondamentale, ed è giusto che non lo faccia visto che si deve limitare per ovvi motivi ad un commento “tecnico”: la vera e propria truffa propinata agli italiani che, con un referendum, avevano bocciato e cancellato il finanziamento pubblico dei partiti. Votazione ottenuta sull’onda emotiva di Mani Pulite, vero. Come è vero che i partiti non possono vivere senza denaro pubblico (anche se altrove lo fanno). Le forze politiche così, con un espediente meschino e tanto sfacciato da apparire persino provocatorio nei confronti del rispetto che si dovrebbe avere per i cittadini in una democrazia, l’hanno, di fatto, ripristinato. Neanche a dirlo in forma molto più generosa che in passato. E l’hanno ripristinato definendolo “rimborso elettorale”, peccato che non sia un rimborso e peccato che non sia assolutamente legato a quanto i singoli partiti hanno speso per le campagne elettorali. La legge prevede che ogni forza politica incassi tot euro per ogni voto ricevuto. In altre parole chiunque di noi potrebbe candidarsi e non fare campagna elettorale, tanto riceverebbe comunque i soldi dei rimborsi.
Scrive ancora La Spina: “Il rispetto per la volontà popolare imporrebbe l’ossequio al risultato del referendum, cioè l’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti. Ma pretenderlo, in Italia, sarebbe come pretendere l’impossibile. Si può chiedere, invece, come minimo risarcimento ai cittadini, almeno il dimezzamento di questa “imposta forzosa”, con il controllo, da parte di una autorità estranea a qualsiasi influenza politica, di come questi soldi vengano usati. I partiti devono uscire da una condizione unica tra le associazioni italiane, quella dell’assoluta imperscrutabilità dei loro bilanci e dell’assoluta insindacabilità dei loro statuti e delle regole di democrazia interna. Prima di cambiare la Costituzione, sarebbe meglio applicarla, perché su questo tema la nostra Carta fondamentale è del tutto disattesa”.
Prima ancora del controllo e della Costituzione si dovrebbe rispettare in verità la lingua italiana, e parlare di rimborsi quando di questi si tratta, usare il termine “rimborso” per descrivere le astronomiche cifre che i partiti incassano, viene definito in italiano “raggiro”.
Repubblica si è presa la briga di andare a vedere quel po’ di cifre che la Corte dei Conti ha in mano, poche perché, come detto, per lo più i soldi vengono girati ai partiti senza documentazione che ne giustifichi la ragione. Ed ha preso in considerazione i cinque principali partiti – Pdl, Pd, Idv, Udc, Lega Nord – e quanto hanno speso e incassato per le ultime politiche, quelle dell’aprile 2008.
“Al partito di Silvio Berlusconi, in base ai voti ottenuti, spettano per quell’unica tornata elettorale oltre 19 milioni di euro per la Camera e quasi 22 milioni per il Senato: il totale, da corrispondere in cinque rate annuali, è di 206 milioni 518 mila euro. A pagina 70 della sua relazione la Corte dei Conti dice che le spese dichiarate per quelle elezioni, e controllate dai magistrati, ammontano a 68 milioni 475 mila euro. Da aggiungersi ai 437mila spesi per la circoscrizione estero. Quindi, è stato speso poco più di un quarto di quello che viene incassato. Le cose non cambiano per il Pd. Al Partito democratico spettano, dal 2008 al 2013, 180 milioni 231 mila euro. Il partito di Pier Luigi Bersani ne ha spesi, per le elezioni, molti di meno: 18 milioni 418 mila. Francesco Belsito, per la Lega Nord, aveva a disposizione 41 milioni e 384 mila euro per le politiche del 2008, avendo speso solo (questo ha potuto verificare la Corte) 3 milioni 476 mila euro. L’Italia dei Valori di Antonio Di Pietro ha diritto a 2l milioni 658 mila euro avendone spesi 4 milioni 451 mila. L’Udc prende in cinque anni 25 milioni 895 mila euro. Ne ha spesi – è il partito per cui c’è meno differenza – 20 milioni 864 mila. (…) Di tutti questi soldi, l’ultima rata è ancora da versare e dovrebbe arrivare alla fine di luglio. Sono poco più di 100 milioni per le politiche del 2008, cui però bisogna sommare i soldi che i partiti prenderanno anche perle ultime regionali ed europee. Solo i cinque maggiori incasseranno così 166 milioni e 436 mila euro. Il Pdl attende 68 milioni, il Pd quasi 58, l’Udc e l’Italia dei Valori poco più di 11 milioni, la Lega quasi 18”.
Bersani, segretario di quel Pd che si vanta di essere l’unico ad avere un controllo esterno sui propri conti, ha detto: “Noi siamo disponibilissimi e intenzionati a rivedere il sistema del rimborso elettorale ma questa discussione richiede dei tempi e io non accetterei che in attesa di questi tempi ci si possa ristrutturare casa coi soldi del partito. Io voglio immediate misure per il controllo”. Bloccate la tranche di luglio.
Mentre Anna Finocchiaro, capogruppo Pd in Senato, facendo riferimento al modello all’americana voluto dal Pdl per i contributi dei privati, con tanto di detrazioni fiscali, ha avvertito: “stiamo attenti perché i partiti devono poter contare su risorse certe, altrimenti la politica resterà esclusiva dei Paperoni”. Gli ultimi 20 anni di Berlusconi dovevano essere evidentemente l’eccezione che conferma la regola
Questo pomeriggio (11 aprile) i tecnici della maggioranza, Rocco Crimi e Massimo Corsaro per il Pdl, Benedetto Della Vedova per Fli, Giampiero D’Alia per l’Udc, Antonio Misiani e Gianclaudio Bressa per il Pd, si incontreranno per affrontare il nodo dei soldi pubblici ai partiti, divenuto irrimandabile dopo gli scandali in casa Margherita e Lega. Nel tentativo di chiudere in fretta su un testo di massima. Un testo che però si prevede “al ribasso”. Solo in futuro infatti dovrebbe essere affrontata la questione della democrazia interna, chi e come decide come spendere, e della quantità dei rimborsi elettorali. Per ora non sembra esserci alcuna intenzione di decurtare l’entità dei finanziamenti, piuttosto si penserà a chi e come affidare il controllo dei bilanci dei partiti. Bilanci che ora sono di fatto senza controllo alcuno, cosa evidentemente insostenibile, anche se prima di controllare come vengono spesi, bisognerebbe prima occuparsi di quanti soldi vengono ai partiti elargiti. I partiti vogliono fare da soli, l’idea del decreto non gli piace, anche se in questo caso l’urgenza sembra esserci tutta. Non gli piace perché li esproprierebbe del loro ruolo e, soprattutto, dei loro soldi. A loro non piace, ai cittadini piacerebbe.
Se non bastasse l’aritmetica poi, anche l’Europa ha sentito la necessità di sottolineare come la nostra legislazione in materia di soldi ai partiti politici sia poco seria. La situazione, secondo il Consiglio d’Europa, è grave ed è “urgente” porre rimedio. Il documento è stato elaborato e reso noto dalla commissione Greco (Groupe d’Etats Contre la Corruptione, il braccio anti-corruzione dell’organizzazione paneuropea) e sottolinea che “la maggiore debolezza” del sistema sta nei controlli. Il ruolo che i cittadini possono svolgere è “molto limitato” – si legge – e quello esercitato dalle autorità pubbliche è “molto frammentato, più formale che sostanziale”. Così frammentato che, come scrive Luigi La Spina su La Stampa, “per oltre due terzi, i partiti incassano soldi che non hanno una documentazione, verificata e credibile, valida a confermare lo scopo di effettivo rimborso elettorale. Anzi, per la stragrande maggioranza dei casi, non esiste alcuna documentazione. Insomma, prendono dai contribuenti italiani 100 e ne spendono correttamente solo circa 33”. E la stima fatta da La Spina è persino per difetto, i dati pubblicati da Repubblica parlano di un 75% del totale dei soldi incassati privo di documentazione.
Il giudizio europeo non tiene poi conto di un aspetto peculiare della nostra storia politica e fondamentale, ed è giusto che non lo faccia visto che si deve limitare per ovvi motivi ad un commento “tecnico”: la vera e propria truffa propinata agli italiani che, con un referendum, avevano bocciato e cancellato il finanziamento pubblico dei partiti. Votazione ottenuta sull’onda emotiva di Mani Pulite, vero. Come è vero che i partiti non possono vivere senza denaro pubblico (anche se altrove lo fanno). Le forze politiche così, con un espediente meschino e tanto sfacciato da apparire persino provocatorio nei confronti del rispetto che si dovrebbe avere per i cittadini in una democrazia, l’hanno, di fatto, ripristinato. Neanche a dirlo in forma molto più generosa che in passato. E l’hanno ripristinato definendolo “rimborso elettorale”, peccato che non sia un rimborso e peccato che non sia assolutamente legato a quanto i singoli partiti hanno speso per le campagne elettorali. La legge prevede che ogni forza politica incassi tot euro per ogni voto ricevuto. In altre parole chiunque di noi potrebbe candidarsi e non fare campagna elettorale, tanto riceverebbe comunque i soldi dei rimborsi.
Scrive ancora La Spina: “Il rispetto per la volontà popolare imporrebbe l’ossequio al risultato del referendum, cioè l’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti. Ma pretenderlo, in Italia, sarebbe come pretendere l’impossibile. Si può chiedere, invece, come minimo risarcimento ai cittadini, almeno il dimezzamento di questa “imposta forzosa”, con il controllo, da parte di una autorità estranea a qualsiasi influenza politica, di come questi soldi vengano usati. I partiti devono uscire da una condizione unica tra le associazioni italiane, quella dell’assoluta imperscrutabilità dei loro bilanci e dell’assoluta insindacabilità dei loro statuti e delle regole di democrazia interna. Prima di cambiare la Costituzione, sarebbe meglio applicarla, perché su questo tema la nostra Carta fondamentale è del tutto disattesa”.
Prima ancora del controllo e della Costituzione si dovrebbe rispettare in verità la lingua italiana, e parlare di rimborsi quando di questi si tratta, usare il termine “rimborso” per descrivere le astronomiche cifre che i partiti incassano, viene definito in italiano “raggiro”.
Repubblica si è presa la briga di andare a vedere quel po’ di cifre che la Corte dei Conti ha in mano, poche perché, come detto, per lo più i soldi vengono girati ai partiti senza documentazione che ne giustifichi la ragione. Ed ha preso in considerazione i cinque principali partiti – Pdl, Pd, Idv, Udc, Lega Nord – e quanto hanno speso e incassato per le ultime politiche, quelle dell’aprile 2008.
“Al partito di Silvio Berlusconi, in base ai voti ottenuti, spettano per quell’unica tornata elettorale oltre 19 milioni di euro per la Camera e quasi 22 milioni per il Senato: il totale, da corrispondere in cinque rate annuali, è di 206 milioni 518 mila euro. A pagina 70 della sua relazione la Corte dei Conti dice che le spese dichiarate per quelle elezioni, e controllate dai magistrati, ammontano a 68 milioni 475 mila euro. Da aggiungersi ai 437mila spesi per la circoscrizione estero. Quindi, è stato speso poco più di un quarto di quello che viene incassato. Le cose non cambiano per il Pd. Al Partito democratico spettano, dal 2008 al 2013, 180 milioni 231 mila euro. Il partito di Pier Luigi Bersani ne ha spesi, per le elezioni, molti di meno: 18 milioni 418 mila. Francesco Belsito, per la Lega Nord, aveva a disposizione 41 milioni e 384 mila euro per le politiche del 2008, avendo speso solo (questo ha potuto verificare la Corte) 3 milioni 476 mila euro. L’Italia dei Valori di Antonio Di Pietro ha diritto a 2l milioni 658 mila euro avendone spesi 4 milioni 451 mila. L’Udc prende in cinque anni 25 milioni 895 mila euro. Ne ha spesi – è il partito per cui c’è meno differenza – 20 milioni 864 mila. (…) Di tutti questi soldi, l’ultima rata è ancora da versare e dovrebbe arrivare alla fine di luglio. Sono poco più di 100 milioni per le politiche del 2008, cui però bisogna sommare i soldi che i partiti prenderanno anche perle ultime regionali ed europee. Solo i cinque maggiori incasseranno così 166 milioni e 436 mila euro. Il Pdl attende 68 milioni, il Pd quasi 58, l’Udc e l’Italia dei Valori poco più di 11 milioni, la Lega quasi 18”.
Bersani, segretario di quel Pd che si vanta di essere l’unico ad avere un controllo esterno sui propri conti, ha detto: “Noi siamo disponibilissimi e intenzionati a rivedere il sistema del rimborso elettorale ma questa discussione richiede dei tempi e io non accetterei che in attesa di questi tempi ci si possa ristrutturare casa coi soldi del partito. Io voglio immediate misure per il controllo”. Bloccate la tranche di luglio.
Mentre Anna Finocchiaro, capogruppo Pd in Senato, facendo riferimento al modello all’americana voluto dal Pdl per i contributi dei privati, con tanto di detrazioni fiscali, ha avvertito: “stiamo attenti perché i partiti devono poter contare su risorse certe, altrimenti la politica resterà esclusiva dei Paperoni”. Gli ultimi 20 anni di Berlusconi dovevano essere evidentemente l’eccezione che conferma la regola
sabato 7 aprile 2012
GLI SPRECHI DEL COMUNE DI PERUGIA
DA UNA PARTE CI SI LAMENTA CHE NON CI SONO I SOLDI PER SISTEMARE LE STRADE DALL'ALTRA SI BUTTANO VIA I SOLDI PER ERRORI GROSSOLANI SPERIAMO CHE LA CORTE DI CONTI PRENDA PROVVEDIMENTI CONTRO QUESTI SPRECHI
giovedì 29 marzo 2012
QUELLO CHE NON PENSERESTE MAI SIA SUCCESSO A PERUGIA
Da domani inizierò a spiegare come noi cittadini ci dobbiamo preoccupare per quello che è successo e sta succedendo a Perugia senza che nessuna testata giornalistica Nazionale ne voglia prendere atto per il semplice motivo che l'Umbria è un piccolo quartiere di Roma e figurarsi Perugia.
Non interessa ne Striscia la Notizia ne i Direttori di Giornali Nazionali che a Perugia esiste uno spreco di 60 MILIONI di euro per un progetto in piedi da 14 anni e che non vedrà mai la fine nonostante le numerose dichiarazioni alla stampa fatte dall'assessore competente di fine lavori , ultimamente l'ultima data fissata è quella del 2014 . Da precisare che comunque vada non verrà rispettato l'accordo di programma firmato a suo tempo
Non interessa ne Striscia la Notizia ne i Direttori di Giornali Nazionali che a Perugia esiste uno spreco di 60 MILIONI di euro per un progetto in piedi da 14 anni e che non vedrà mai la fine nonostante le numerose dichiarazioni alla stampa fatte dall'assessore competente di fine lavori , ultimamente l'ultima data fissata è quella del 2014 . Da precisare che comunque vada non verrà rispettato l'accordo di programma firmato a suo tempo
martedì 20 marzo 2012
venerdì 9 marzo 2012
venerdì 2 marzo 2012
SPERIAMO BENE CON L'AMIANTO
Speriamo bene ll 7 luglio 1949 la "Società per Azioni Eternit Pietra Artificiale. filiale di Roma, via Tbrme di Diocîeziqno- I 3 , in risposta alla: (...) nota 4 c.m. n. Ió548 ('. )" dell ufficio Tecnico (del comune di Perugía e a firma del sindaco della nostra città , con oggetto richiedente l'invio di ult: (...) listino prezzi dei tubi in cemento amianto dei vari diametri ed alle varie pressioni dei Giunti Gibault, dei Giunti'simplex e pezzi speciali (...)": nonché chiese'anche la specifica di: (...) quali sconti può Praticare Per l’amministrazione pubblica(... ) "' La suddetta società , a breve giro di posta, il listino in corso (listino 1949), ricordando che i pezzi iniziali dovevano essere in ghisa: (. ') é perciò. su distinta potremo fare un offerta indicando anche il peso di ciascun pezzo'
Per le tubazioni Eternit al Comune di Perugia accordiamo uno sconto 20aA sui prezzi del listino giugno 1949. 'Rimaniamo a disposizione per qualsiasi occorrenze. lieti se il nostro Direttore Ing. Mombelli potrà essere invitato a verifica per quegli utili contatti e sviluppi degli acquedotti. In plico a partecipare inviamo al comune Prescrizioni normali Per 'accettazione dei tubi Eternit per condotte forzate per acquedotti" con alcune biografie e volantini ( ) A il serio problema che si pone è quello di riuscire a sapere se I'acquisto di questo materiale (:.-) Ora chi si pone quello t'obbligo morale di dare una risposta al la comunità perugina .
riuscire a capire se l’acquisto del materiale in Eternit da parte del comune di Perugia avvenne realmente; se fu immediato ed eventualmente in quali segmenti deII'acquedotto venne collocato e quando i "tubi Eternit per condotte forzate per acquedotti" furono messi a 'dimora: se sono stati rimossi ed, in tal cosa, quali precauzioni vennero adattate; per questo materiale potenzialmente cancerogeno, quindi 'decisamente pericoloso per la salute, è stato smaltito, chi s'incaricò di tale
"bonifica' Ritengo che almeno in questo caso chi di dovere senta seriamente
di Enzo Marcaccioli
Per le tubazioni Eternit al Comune di Perugia accordiamo uno sconto 20aA sui prezzi del listino giugno 1949. 'Rimaniamo a disposizione per qualsiasi occorrenze. lieti se il nostro Direttore Ing. Mombelli potrà essere invitato a verifica per quegli utili contatti e sviluppi degli acquedotti. In plico a partecipare inviamo al comune Prescrizioni normali Per 'accettazione dei tubi Eternit per condotte forzate per acquedotti" con alcune biografie e volantini ( ) A il serio problema che si pone è quello di riuscire a sapere se I'acquisto di questo materiale (:.-) Ora chi si pone quello t'obbligo morale di dare una risposta al la comunità perugina .
riuscire a capire se l’acquisto del materiale in Eternit da parte del comune di Perugia avvenne realmente; se fu immediato ed eventualmente in quali segmenti deII'acquedotto venne collocato e quando i "tubi Eternit per condotte forzate per acquedotti" furono messi a 'dimora: se sono stati rimossi ed, in tal cosa, quali precauzioni vennero adattate; per questo materiale potenzialmente cancerogeno, quindi 'decisamente pericoloso per la salute, è stato smaltito, chi s'incaricò di tale
"bonifica' Ritengo che almeno in questo caso chi di dovere senta seriamente
di Enzo Marcaccioli
COSTI CIMITERIALI
COSTI CIMITERIALI: “SPROPOSITATI GLI AUMENTI DELLE CONCESSIONI. IN 30 ANNI SONO CRESCIUTI DI 90 VOLTE”/ COMUNICATO STAMPA ED INTERROGAZIONE DEL CONSIGLIERE ROMIZI (PDL)
“Come direbbe Woody Allen: non so se questo sia il migliore dei mondi possibili, di certo è il più costoso. A dispetto delle promesse di invarianza fiscale, le concessioni cimiteriali della città continuano a crescere a tassi annui spropositati; i costi sono aumentati in 30 anni di circa 90 volte (+16% all’anno) passando dai circa 37 euro del 1981 ai 3200 euro del 2011”. Di fronte a tali dati, il consigliere del PdL Andrea Romizi ha presentato un’interrogazione, nella quale chiede all’Amministrazione di chiarire i motivi di questi aumenti. “Non capiamo – continua Romizi nel comunicato - le ragioni finanziarie e gestionali, tantomeno quelle sociali che possano legittimare detto aumento, di molto lontano dalla variazione degli indici Istat del costo della vita”. Romizi – riferisce lo stesso nella nota - si fa carico di rappresentare la disapprovazione espressa da molti cittadini, “costretti a sborsare cifre enormi in unica soluzione per rinnovare le concessioni cimiteriali per i propri cari defunti”, chiedendo alla Giunta di provvedere ad una più equilibrata definizione della tariffa in oggetto ed a concedere almeno la possibilità di rateizzazione del pagamento. Questo il testo integrale dell’interrogazione: “Premesso che: con delibera del Consiglio Comunale n. 1771 del 28/11/1977 e con delibera della Giunta Comunale n. 1802 del 18/8/1978, è stato previsto l’aggiornamento annuale delle tariffe dei servizi cimiteriali in relazione alla variazione degli indici Istat del costo della vita rilevati sulla piazza di Perugia che, oggi, in base ai valori risultanti al 30 novembre dello scorso anno, la suddetta variazione risulta pari all’1,6% circa; Considerato che: con deliberazione di G.C. n. 315 del 29/07/2010 è stato stabilito, tra l’altro, di incrementare le tariffe dei Servizi Cimiteriali in misura maggiore dell’ordinario aggiornamento Istat previsto dalle sopraccitate delibere, con riferimento a svariati servizi. Atteso che: le tariffe dei servizi cimiteriali di seguito elencati hanno subito un incremento di molto superiore all’aggiornamento Istat: tumulazione ed estumulazione: € 115,00 aumento del 5,5%; inumazioni di resti mortali: € 255,00; esumazione: € 255,00, aumento del 5,5%; la traslazione: € 230,00 aumentato del 5,5%. Considerato in particolare che: gli intestatari delle concessioni cimiteriali trentennali (pervenute a scadenza nel 2011), hanno provveduto alla stipula di una nuova concessione al costo di 3256.32 euro, registrando un incremento annuo percentuale spropositato rispetto al 1981 quando la stessa concessione fu stipulata al costo di circa euro 37. detto intervento tariffario comporterebbe, anche a quanto rappresentano molti cittadini, un aumento medio annuo del costo complessivo superiore al 16%, ovvero in 30 anni il costo è aumentato di circa 8000 volte; pare non essere ammessa la facoltà di rateizzazione dei pagamenti che vengono quindi richiesti in unica soluzione; detto aumento appare ingiustificato dal livello dei costi relativi, oltremodo gravoso e inopportuno anche in relazione delle finalità assolte dal servizio. Tutto ciò premesso si interroga la Giunta comunale 1) per conoscere l’entità dell’aumento percentuale annuo delle tariffe secondo i dati in possesso della Amministrazione; 2) affinché chiarisca i presupposti finanziari e/o gestionali, nonché sociali che possano legittimare detto aumento; 3) se ritiene, anche alla luce della disapprovazione espressa da molti cittadini e vista la funzione assolta dai servizi cimiteriali, di provvedere ad una più equilibrata definizione della tariffa in oggetto, nonché ad ammettere la facoltà di rateizzazione dei pagamenti”.
“Come direbbe Woody Allen: non so se questo sia il migliore dei mondi possibili, di certo è il più costoso. A dispetto delle promesse di invarianza fiscale, le concessioni cimiteriali della città continuano a crescere a tassi annui spropositati; i costi sono aumentati in 30 anni di circa 90 volte (+16% all’anno) passando dai circa 37 euro del 1981 ai 3200 euro del 2011”. Di fronte a tali dati, il consigliere del PdL Andrea Romizi ha presentato un’interrogazione, nella quale chiede all’Amministrazione di chiarire i motivi di questi aumenti. “Non capiamo – continua Romizi nel comunicato - le ragioni finanziarie e gestionali, tantomeno quelle sociali che possano legittimare detto aumento, di molto lontano dalla variazione degli indici Istat del costo della vita”. Romizi – riferisce lo stesso nella nota - si fa carico di rappresentare la disapprovazione espressa da molti cittadini, “costretti a sborsare cifre enormi in unica soluzione per rinnovare le concessioni cimiteriali per i propri cari defunti”, chiedendo alla Giunta di provvedere ad una più equilibrata definizione della tariffa in oggetto ed a concedere almeno la possibilità di rateizzazione del pagamento. Questo il testo integrale dell’interrogazione: “Premesso che: con delibera del Consiglio Comunale n. 1771 del 28/11/1977 e con delibera della Giunta Comunale n. 1802 del 18/8/1978, è stato previsto l’aggiornamento annuale delle tariffe dei servizi cimiteriali in relazione alla variazione degli indici Istat del costo della vita rilevati sulla piazza di Perugia che, oggi, in base ai valori risultanti al 30 novembre dello scorso anno, la suddetta variazione risulta pari all’1,6% circa; Considerato che: con deliberazione di G.C. n. 315 del 29/07/2010 è stato stabilito, tra l’altro, di incrementare le tariffe dei Servizi Cimiteriali in misura maggiore dell’ordinario aggiornamento Istat previsto dalle sopraccitate delibere, con riferimento a svariati servizi. Atteso che: le tariffe dei servizi cimiteriali di seguito elencati hanno subito un incremento di molto superiore all’aggiornamento Istat: tumulazione ed estumulazione: € 115,00 aumento del 5,5%; inumazioni di resti mortali: € 255,00; esumazione: € 255,00, aumento del 5,5%; la traslazione: € 230,00 aumentato del 5,5%. Considerato in particolare che: gli intestatari delle concessioni cimiteriali trentennali (pervenute a scadenza nel 2011), hanno provveduto alla stipula di una nuova concessione al costo di 3256.32 euro, registrando un incremento annuo percentuale spropositato rispetto al 1981 quando la stessa concessione fu stipulata al costo di circa euro 37. detto intervento tariffario comporterebbe, anche a quanto rappresentano molti cittadini, un aumento medio annuo del costo complessivo superiore al 16%, ovvero in 30 anni il costo è aumentato di circa 8000 volte; pare non essere ammessa la facoltà di rateizzazione dei pagamenti che vengono quindi richiesti in unica soluzione; detto aumento appare ingiustificato dal livello dei costi relativi, oltremodo gravoso e inopportuno anche in relazione delle finalità assolte dal servizio. Tutto ciò premesso si interroga la Giunta comunale 1) per conoscere l’entità dell’aumento percentuale annuo delle tariffe secondo i dati in possesso della Amministrazione; 2) affinché chiarisca i presupposti finanziari e/o gestionali, nonché sociali che possano legittimare detto aumento; 3) se ritiene, anche alla luce della disapprovazione espressa da molti cittadini e vista la funzione assolta dai servizi cimiteriali, di provvedere ad una più equilibrata definizione della tariffa in oggetto, nonché ad ammettere la facoltà di rateizzazione dei pagamenti”.
martedì 28 febbraio 2012
lunedì 27 febbraio 2012
STIPENDI ITALIANI I PIU' BASSI D' EUROPA
Roma, 27 feb. (TMNews) - Le retribuzioni lorde dei lavoratori italiani sono tra le più basse dell'eurozona: su livelli inferiori ci sono solo quelle relative a Malta, Portogallo, Slovenia e Slovacchia. E' quanto emerge dall'ultima edizione di "Labour Market Statistics" stilata da Eurostat. Per migliorare la situazione, secondo il ministro Elsa Fornero, occorre "scardinare" questo meccanismo.
"Abbiamo salari bassi e un costo del lavoro troppo alto" dice la Fornero in un colloquio con i giornalisti a New York secondo quanto riferisce il quotidiano La Stampa. "Dalla riforma delle pensioni - afferma la Fornero - abbiamo fatto molta strada ed ora cerchiamo una soluzione condivisa sulla riforma del lavoro". Secondo il ministro, occorre arrivare a una riforma che preveda una "flessibilità positiva" che porti "i salari a salire e non a scendere". Poi, occorre una revisione degli ammortizzatori sociali senza stravolgimenti, da far entrare in vigore tra tre o cinque anni, in un momento in cui non ci sia, come ora, una crisi economica. Importante, secondo il ministro, mettere fine alle cosiddette "dimissioni in bianco", imposte al momento dell'assunzione alle dipendenti donne. E - è la risposta ai dati di Eurostat - occorre "scardinare gli stipendi troppo bassi".
Secondo l'ufficio statistico dell'Unione Europea, nel 2009 -l'anno più recente per un confronto omogeneo - in Italia un dipendente di un'azienda con almeno 10 persone, ha guadagnato in media 23.406 euro lordi, il livello più basso non solo tra i grandi Paesi della moneta unica (la Germania si colloca a 41.100 euro, la Francia a 33.574, la Spagna a 26.316) ma anche rispetto alla maggior parte degli altri Paesi dell'euro. Con la sola eccezione di Malta (16.158), Portogallo (17.129), Slovenia (16.282) e Slovacchia (10.387).
domenica 26 febbraio 2012
MEDICI LA REGIONE FA CASSA
Sale la protesta contro la delibera che impone l'aumento del 29% sulle prestazioni effettuate dai professionisti in regime intramoenia
ARTICOLO
SAB, 25/02/2012 - 00:00
DI LARA PARTENZI
PERUGIA - Si pagava 100 euro? Da lunedì prossimo i pazienti sborseranno 129 euro per la medesima prestazione. E da 250 euro si sale in un sol colpo a 322,5 euro, ma neanche un centesimo della differenza, in soldoni 72,5 euro, andrà ai medici, per finire dritta dritta nelle casse della Regione.
Sconcerto e dissapore? C'è chi non esita a definirlo un vero e proprio "pizzo" e chi, con toni più diplomatici ma marcatamente alimentati dallo stesso sentiment, parla di una «vessazione» che andrà a pesare totalmente sulle tasche dei cittadini e che mette a repentaglio la competitività del sistema sanitario regionale.
I medici, gli ospedalieri così come gli universitari, fanno squadra parlano di una «delibera discriminatoria» e «piovuta dal cielo» con cui la Regione ha «imposto unilateralmente» l'aumento del 29% sul costo di tutte le prestazioni effettuate dai professionisti delle strutture sanitarie pubbliche che operano in regime intramoenia, ovvero visite ed interventi effettuati in regime libero professionale, e dunque fuori dall'orario di lavoro - sia all'interno delle strutture sanitarie stesse sia al di fuori, quando il servizio non può essere garantito internamente - attraverso una convenzione e tariffe rigorosamente concordate.
Aumento che, in Umbria, scatterà a partire da lunedì 27 ma che - ecco il j'accuse non solo al merito ma anche al metodo - è stato comunicato dalla Regione soltanto pochi giorni fa «neppure il tempo di aggiornare i tariffari», puntualizzano i medici.
Si sa, i sostanziosi tagli delle risorse destinate alla sanità richiedono meccanismi di compensazione e dunque, su questo punto, la Regione non è intenzionata a fare il benchè minimo passo in dietro. Dopotutto la misura «era talmente scontata», «invece di farlo tre mesi fa l'abbiamo fatto ora», «siamo l'ultima regione d'Italia che ha attivato questo ticket, frutto di un confronto con il ministero quando abbiamo rinunciato al ticket fisso di 10 euro e dovevamo dare alternative su cui calcolare ipotesi di rientro», spiega l'assessore di competenza, Franco Tomassoni, nell'ammettere, però, che era possibile «una modulazione diversa».
Ad esempio, la Toscana ha aumentato, ma in percentuale minore e solo su una parte della tariffa.
Ma tant'è, il Governo ha imposto di far quadrare i conti «ci sono ipotesi di entrate che devono essere rispettate», e poi, «il servizio intramoenia è una libera scelta del cittadino - precisa l'assessore -, che i medici si arrabbino ci può anche stare visto che devono lavorare, vorrà dire che possono sempre scegliere di applicare uno sconto».
A conti fatti, per i medici significherebbe ridurre ulteriormente la quota attualmente percepita attraverso le prestazioni intramoenia, quota che, come previsto dalla legge, non può superare il 49% del totale pagato dal paziente: «La struttura sanitaria, in caso di prestazione ambulatoriale interna in regime intramoenia, incassa i soldi che vengono pagati dai cittadini attraverso il Cup, trattiene per sè circa il 5%, ci paga le tasse e poi dà la quota netta della prestazione al singolo professionista, che è al di sotto del 50%», afferma il segretario regionale Cisl medici, Pino Giordano. Nel caso in cui, poi, le prestazioni vengano effettuate all'esterno, ad esempio in uno studio privato, perchè la struttura pubblica non può offrire l'assistenza prevista dalla legge - spazi, personale e strumentazione adeguata - i soldi incassati attraverso le prestazioni, sempre a tariffa concordata, vengono girati alla struttura (che trattiene la sua parte e paga le tasse) per il 60%, mentre il restante 40% resta al professionista. E dunque i medici puntualizzano: con il nuovo regime «noi non prendiamo neanche un centesimo in più».
Ma la prestazione intramoenia deve essere garantita in quanto prevista dalla Riforma Bindi, studiata «per mettere in competizione il servizio sanitario nazionale rispetto ai privati», mentre l'incremento delle tariffe deliberato dalla Regione va nella direzione opposta, perchè «si rischia la riduzione delle prestazioni e questo significa che lavoriamo di meno noi, ma anche le strutture», puntualizza ancora Pino Giordano, pronto a dare battaglia contro una decisione «non condivisa nè con gli interessati nè con i sindacati».
Molto malumore anche tra la componente universitaria con il professor Elmo Mannarino che, in veste di presidente, annuncia una riunione del Collegio dei clinici - l'associazione costituitasi nell'ambito della facoltà di medicina dell'Università degli studi di Perugia che raggruppa i medici universitari convenzionati con l'azienda ospedaliera - per invitare la Regione a togliere la «delibera discriminatoria, perchè non riguarda tutte le prestazioni erogate ma solo quelle private».
Per la Regione la misura era «scontata», per i cittadini un po' meno.
ARTICOLO
SAB, 25/02/2012 - 00:00
DI LARA PARTENZI
PERUGIA - Si pagava 100 euro? Da lunedì prossimo i pazienti sborseranno 129 euro per la medesima prestazione. E da 250 euro si sale in un sol colpo a 322,5 euro, ma neanche un centesimo della differenza, in soldoni 72,5 euro, andrà ai medici, per finire dritta dritta nelle casse della Regione.
Sconcerto e dissapore? C'è chi non esita a definirlo un vero e proprio "pizzo" e chi, con toni più diplomatici ma marcatamente alimentati dallo stesso sentiment, parla di una «vessazione» che andrà a pesare totalmente sulle tasche dei cittadini e che mette a repentaglio la competitività del sistema sanitario regionale.
I medici, gli ospedalieri così come gli universitari, fanno squadra parlano di una «delibera discriminatoria» e «piovuta dal cielo» con cui la Regione ha «imposto unilateralmente» l'aumento del 29% sul costo di tutte le prestazioni effettuate dai professionisti delle strutture sanitarie pubbliche che operano in regime intramoenia, ovvero visite ed interventi effettuati in regime libero professionale, e dunque fuori dall'orario di lavoro - sia all'interno delle strutture sanitarie stesse sia al di fuori, quando il servizio non può essere garantito internamente - attraverso una convenzione e tariffe rigorosamente concordate.
Aumento che, in Umbria, scatterà a partire da lunedì 27 ma che - ecco il j'accuse non solo al merito ma anche al metodo - è stato comunicato dalla Regione soltanto pochi giorni fa «neppure il tempo di aggiornare i tariffari», puntualizzano i medici.
Si sa, i sostanziosi tagli delle risorse destinate alla sanità richiedono meccanismi di compensazione e dunque, su questo punto, la Regione non è intenzionata a fare il benchè minimo passo in dietro. Dopotutto la misura «era talmente scontata», «invece di farlo tre mesi fa l'abbiamo fatto ora», «siamo l'ultima regione d'Italia che ha attivato questo ticket, frutto di un confronto con il ministero quando abbiamo rinunciato al ticket fisso di 10 euro e dovevamo dare alternative su cui calcolare ipotesi di rientro», spiega l'assessore di competenza, Franco Tomassoni, nell'ammettere, però, che era possibile «una modulazione diversa».
Ad esempio, la Toscana ha aumentato, ma in percentuale minore e solo su una parte della tariffa.
Ma tant'è, il Governo ha imposto di far quadrare i conti «ci sono ipotesi di entrate che devono essere rispettate», e poi, «il servizio intramoenia è una libera scelta del cittadino - precisa l'assessore -, che i medici si arrabbino ci può anche stare visto che devono lavorare, vorrà dire che possono sempre scegliere di applicare uno sconto».
A conti fatti, per i medici significherebbe ridurre ulteriormente la quota attualmente percepita attraverso le prestazioni intramoenia, quota che, come previsto dalla legge, non può superare il 49% del totale pagato dal paziente: «La struttura sanitaria, in caso di prestazione ambulatoriale interna in regime intramoenia, incassa i soldi che vengono pagati dai cittadini attraverso il Cup, trattiene per sè circa il 5%, ci paga le tasse e poi dà la quota netta della prestazione al singolo professionista, che è al di sotto del 50%», afferma il segretario regionale Cisl medici, Pino Giordano. Nel caso in cui, poi, le prestazioni vengano effettuate all'esterno, ad esempio in uno studio privato, perchè la struttura pubblica non può offrire l'assistenza prevista dalla legge - spazi, personale e strumentazione adeguata - i soldi incassati attraverso le prestazioni, sempre a tariffa concordata, vengono girati alla struttura (che trattiene la sua parte e paga le tasse) per il 60%, mentre il restante 40% resta al professionista. E dunque i medici puntualizzano: con il nuovo regime «noi non prendiamo neanche un centesimo in più».
Ma la prestazione intramoenia deve essere garantita in quanto prevista dalla Riforma Bindi, studiata «per mettere in competizione il servizio sanitario nazionale rispetto ai privati», mentre l'incremento delle tariffe deliberato dalla Regione va nella direzione opposta, perchè «si rischia la riduzione delle prestazioni e questo significa che lavoriamo di meno noi, ma anche le strutture», puntualizza ancora Pino Giordano, pronto a dare battaglia contro una decisione «non condivisa nè con gli interessati nè con i sindacati».
Molto malumore anche tra la componente universitaria con il professor Elmo Mannarino che, in veste di presidente, annuncia una riunione del Collegio dei clinici - l'associazione costituitasi nell'ambito della facoltà di medicina dell'Università degli studi di Perugia che raggruppa i medici universitari convenzionati con l'azienda ospedaliera - per invitare la Regione a togliere la «delibera discriminatoria, perchè non riguarda tutte le prestazioni erogate ma solo quelle private».
Per la Regione la misura era «scontata», per i cittadini un po' meno.
venerdì 24 febbraio 2012
REDDITI MANAGER PUBBLICI
I redditi dei manager pubblici: più ricchi di tutti i poliziotti
Online gli stipendi dei dirigenti. Il Capo della Polizia Manganelli primo: 621mila . Gli ufficiali dominano la classifica
Dopo i ministri i manager pubblici. Nuova tappa dell'operazione trasparenza portata avanti da Mario Monti: ecco online i redditi dei dirigenti. Il ministro della Pubblica Amministrazione, Filippo Patroni Griffi, ha consegnato alle Commissioni riunite Affari Costituzionali e Lavoro della Camera i dati relativi alle retribuzioni superiori ai 294mila euro (lo stipendio del primo presidente della Corte di Cassazione, che sale fino a 304.951,95 euro se si tiene conto dell'indennità del Consiglio superiore della magistratura). Leggendo i dati si evince che, in Italia, fare il poliziotto conviene. Al primo posto della classifica il capo della Polizia, Antonio Manganelli, che ha guadagnato 621.253,75 euro. E a completare il podio il Ragioniere generale dello Stato, Mario Canzio, con 562.331,86 euro e il Capo dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, Franco Ionta con 543.954,42 euro.
Mancano i cumuli - Patrioni Griffi, lasciando l'incontro con i giornalisti che ha seguito la presentazione dei dati, ha spiegato che nell'elenco "non ci sono i nomi di coloro che hanno uno stipendio più basso2 a quello del primo presidente della Corte di Cassazione. Il trattamento, ha aggiunto, "è riferito ad oggi e mancano i cumuli", che si ottengono con eventuali altri incarichi. In ogni caso, ha sottolineato Patroni Griffi, nel dpcm che introduce il tetto agli stipendi dei manager è previsto che questi ultimi informino l'amministrazione di appartenenza dell'esistenza di altri incarichi assunti. Il titolare di palazzo Vidoni ha continuato spiegando di aver voluto iniziare consegnando subito questi primi dati, dopo le richieste giunte dal Parlamento: "Era meglio cominciiare, in tre giorni non avrei potuto avere di più". Le commissioni Affari costituzionali e Lavoro formuleranno il parere sullo schema di decreto del Governo il prossimo 29 febbraio.
La top-ten - Al quarto posto della classifica dei manager pubblici-paperoni ecco il capo di Gabinetto del Ministero dell’Economia, Vincenzo Fortunato, che ha ricevuto 536.906,98 euro. La quinta retribuzione più alta è quella del Capo di Stato maggiore della Difesa, generale Biagio Ambrate Abrate, con 482.019,26 euro, che precede il direttore dei Monopoli di Stato Raffaele Ferrara, con 481.214,86 euro, il Capo di Stato maggiore dell’Esercito, generale Giuseppe Valotto, con 481.021,78 euro, e il Capo di Stato maggiore della Marina, Bruno Branciforte, con 481.006,65 euro. Ex aequo al nono posto Corrado Calabrò, presidente dell’AgCom, e Giovanni Pitruzzella, numero uno dell’Antitrust, con 475.643,38 euro. Chiude la top ten, a pochi centesimi di distanza, il presidente dell’Autorità dell’Energia, Pier Paolo Bortoni, che ha ricevuto 475.643 euro. Nelle prime posizioni molti ufficiali: fare il poliziotto conviene.
Dominano le divise - Undicesimo è il Comandante generale dell’Arma dei Carabinieri, generale Leonardo Gallitelli, con 462.642,56 euro. Dodicesimo Giuseppe Bernardis, Capo di Stato maggiore dell’Aeronautica, con 460.052,83 euro e tredicesimo il segretario generale della Difesa, Claudio de Bertolis con 471.072,44 euro. Seguono Giampiero Massolo, Segretario generale del Ministero degli Affari esteri (412.560 euro) e i componenti dell’autorità dell’energia (Valeria Termini, Luigi Carbone, Rocco Colicchio e Alberto Biancardi) con una retribuzione di 396.379 euro. A dieci euro di distanza ci sono i membri dell’Antitrust e dell’AgCom con 396.369,44 euro, e poi il direttore generale della Consob, Antonio Rosati, con 395mila euro ("più la gratifica annuale") e i componenti dell’autorità di vigilanza sulla Borsa con 322 euro.
Protezione Civile - Scorrendo in ordine sparso l’elenco dei manager della pubblica amministrazione più pagati si trova il Capo del Dipartimento della Protezione Civile, Franco Gabrielli, che ha ottenuto una retribuzione di 364.196 euro, la direttrice dell’Agenzia del Territorio, Gabriella Alemanno, con 307.211 euro ("al netto del contributo di solidarietà"), il direttore dell’Agenzia delle Entrate, Attilio Befera, con 304.000 euro, il presidente dell’Istat, Enrico Giovannini, 300mila euro e il presidente dell’Inps, Antonio Mastrapasqua, 216.711,67 euro. Riguardo agli stipendi annui lordi del collegio dell’Antitrust si ricorda che sono stati già adeguati dal 1 gennaio e portati sotto il tetto previsto per i manager pubblici. Il presidente, Giovanni Pitruzzella e gli altri membri del collegio, Piero Barucci, Carla Rabitti Bedogni e Salvatore Rebecchini guadagnano 304.951,95 euro lordi. (AGI) Rm8/Fri 231603 FEB 12
Online gli stipendi dei dirigenti. Il Capo della Polizia Manganelli primo: 621mila . Gli ufficiali dominano la classifica
Dopo i ministri i manager pubblici. Nuova tappa dell'operazione trasparenza portata avanti da Mario Monti: ecco online i redditi dei dirigenti. Il ministro della Pubblica Amministrazione, Filippo Patroni Griffi, ha consegnato alle Commissioni riunite Affari Costituzionali e Lavoro della Camera i dati relativi alle retribuzioni superiori ai 294mila euro (lo stipendio del primo presidente della Corte di Cassazione, che sale fino a 304.951,95 euro se si tiene conto dell'indennità del Consiglio superiore della magistratura). Leggendo i dati si evince che, in Italia, fare il poliziotto conviene. Al primo posto della classifica il capo della Polizia, Antonio Manganelli, che ha guadagnato 621.253,75 euro. E a completare il podio il Ragioniere generale dello Stato, Mario Canzio, con 562.331,86 euro e il Capo dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, Franco Ionta con 543.954,42 euro.
Mancano i cumuli - Patrioni Griffi, lasciando l'incontro con i giornalisti che ha seguito la presentazione dei dati, ha spiegato che nell'elenco "non ci sono i nomi di coloro che hanno uno stipendio più basso2 a quello del primo presidente della Corte di Cassazione. Il trattamento, ha aggiunto, "è riferito ad oggi e mancano i cumuli", che si ottengono con eventuali altri incarichi. In ogni caso, ha sottolineato Patroni Griffi, nel dpcm che introduce il tetto agli stipendi dei manager è previsto che questi ultimi informino l'amministrazione di appartenenza dell'esistenza di altri incarichi assunti. Il titolare di palazzo Vidoni ha continuato spiegando di aver voluto iniziare consegnando subito questi primi dati, dopo le richieste giunte dal Parlamento: "Era meglio cominciiare, in tre giorni non avrei potuto avere di più". Le commissioni Affari costituzionali e Lavoro formuleranno il parere sullo schema di decreto del Governo il prossimo 29 febbraio.
La top-ten - Al quarto posto della classifica dei manager pubblici-paperoni ecco il capo di Gabinetto del Ministero dell’Economia, Vincenzo Fortunato, che ha ricevuto 536.906,98 euro. La quinta retribuzione più alta è quella del Capo di Stato maggiore della Difesa, generale Biagio Ambrate Abrate, con 482.019,26 euro, che precede il direttore dei Monopoli di Stato Raffaele Ferrara, con 481.214,86 euro, il Capo di Stato maggiore dell’Esercito, generale Giuseppe Valotto, con 481.021,78 euro, e il Capo di Stato maggiore della Marina, Bruno Branciforte, con 481.006,65 euro. Ex aequo al nono posto Corrado Calabrò, presidente dell’AgCom, e Giovanni Pitruzzella, numero uno dell’Antitrust, con 475.643,38 euro. Chiude la top ten, a pochi centesimi di distanza, il presidente dell’Autorità dell’Energia, Pier Paolo Bortoni, che ha ricevuto 475.643 euro. Nelle prime posizioni molti ufficiali: fare il poliziotto conviene.
Dominano le divise - Undicesimo è il Comandante generale dell’Arma dei Carabinieri, generale Leonardo Gallitelli, con 462.642,56 euro. Dodicesimo Giuseppe Bernardis, Capo di Stato maggiore dell’Aeronautica, con 460.052,83 euro e tredicesimo il segretario generale della Difesa, Claudio de Bertolis con 471.072,44 euro. Seguono Giampiero Massolo, Segretario generale del Ministero degli Affari esteri (412.560 euro) e i componenti dell’autorità dell’energia (Valeria Termini, Luigi Carbone, Rocco Colicchio e Alberto Biancardi) con una retribuzione di 396.379 euro. A dieci euro di distanza ci sono i membri dell’Antitrust e dell’AgCom con 396.369,44 euro, e poi il direttore generale della Consob, Antonio Rosati, con 395mila euro ("più la gratifica annuale") e i componenti dell’autorità di vigilanza sulla Borsa con 322 euro.
Protezione Civile - Scorrendo in ordine sparso l’elenco dei manager della pubblica amministrazione più pagati si trova il Capo del Dipartimento della Protezione Civile, Franco Gabrielli, che ha ottenuto una retribuzione di 364.196 euro, la direttrice dell’Agenzia del Territorio, Gabriella Alemanno, con 307.211 euro ("al netto del contributo di solidarietà"), il direttore dell’Agenzia delle Entrate, Attilio Befera, con 304.000 euro, il presidente dell’Istat, Enrico Giovannini, 300mila euro e il presidente dell’Inps, Antonio Mastrapasqua, 216.711,67 euro. Riguardo agli stipendi annui lordi del collegio dell’Antitrust si ricorda che sono stati già adeguati dal 1 gennaio e portati sotto il tetto previsto per i manager pubblici. Il presidente, Giovanni Pitruzzella e gli altri membri del collegio, Piero Barucci, Carla Rabitti Bedogni e Salvatore Rebecchini guadagnano 304.951,95 euro lordi. (AGI) Rm8/Fri 231603 FEB 12
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